Agorà
In questo spazio si trovano articoli di attualità politica ed economica nazionale e internazionale, contributi degli amici di Officina Repubblicana e segnalazioni di articoli pubblicati da giornali italiani e stranieri
«Avversario del fascismo, fino alla morte»
di Francesco Casini
«[...] come deputato (1919-1924), sottosegretario di stato (per le Finanze; Gabinetto Nitti, 21 maggio-30 giugno 1920), ministro (per le Colonie, Gabinetto Facta, fino al 28 ottobre 1922) quindi ancora come deputato e giornalista, fu avversario del fascismo, fino alla morte, avvenuta a Cannes, il 7 aprile 1926»
Enciclopedia Italiana, vol. 2, Treccani, 1929
Nella breve voce a lui dedicata dalla storica Enciclopedia Treccani, a soli tre anni dalla sua scomparsa, Giovanni Amendola è ricordato con un’espressione suggestiva: «Fu avversario del fascismo, fino alla morte». Una frase tagliente, che non può lasciare indifferenti, soprattutto se si considera che nel 1929 (l’anno di pubblicazione del volume dell’enciclopedia) l’Italia era sotto la dittatura fascista. Un’osservazione asciutta, ma che omette che a causare la sua morte siano state le bastonate degli squadristi.
In occasione del centenario dalla sua scomparsa, lo scorso 15 aprile si è tenuta la commemorazione di Giovanni Amendola presso la Camera dei deputati, a cui ho avuto l’onore di partecipare insieme ad altri amici di Officina Repubblicana. Dopo l’intervento del Presidente della Camera ed un minuto di silenzio, i deputati hanno ricordato con le loro parole la grandezza di Amendola; è stato definito «giornalista, filosofo ed uomo delle istituzioni», si sono richiamati i suoi studi in filosofia, i ruoli di direttore del quotidiano “Il Resto del Carlino” e di corrispondente romano per “Il Corriere della Sera” e l’intransigente condanna agli estremismi del fascismo e del comunismo.
Alla commemorazione è seguita la mostra nel Corridoio dei busti, in cui si è potuto “incontrare” Giovanni Amendola, attraverso i documenti posti nelle teche.
Vedere la sua grafia, vedere la lettera a lui scritta da un giovane Ugo La Malfa, ha permesso di respirare un’aria diversa, profumata di speranze ed ambizioni per la democrazia e per la pace, ricca delle idee di uomini come Amendola e La Malfa, che sarebbero state il fondamento dell’Italia repubblicana. Un’aria spezzata dall’ultima teca, contenente la camicia ancora insanguinata di Giovanni Amendola, posta lì a ricordare che è dal sacrificio di chi ha affrontato il regime che è nata la libertà.
Ed è amareggiante osservare che, nonostante quel sangue versato, oggi il mondo è nuovamente ferito da guerre e dall’ascesa di linee di pensiero illiberali, che sono tornate le estreme destre, che la politica non si fa venendo incontro alle reali esigenze economiche e sociali, ma diffondendo ingiurie agli oppositori ed immagini autocelebrative.
È amareggiante rendersi conto che il fascismo non è morto, ma ha cambiato volto.
Pertanto, non si potrà mai prescindere dal ricordo di figure come Amendola, le loro idee devono continuare a vivere in noi. Il dramma dell’attualità è l’indifferenza, propria di chi, confortato dalla distanza temporale, sente di non dover difendere la democrazia, sminuendo la gravità delle azioni volte a minacciarla. A questo serve commemorare: ad insegnare a distinguere la politica di qualità dalla pericolosità di chi, in modo donchisciottesco, propone di abbattere nemici inventati ad arte, promuovendo l’odio e l’aggressività nei confronti degli oppositori. Ma commemorare serve anche per tenere a mente che la democrazia si conquista ogni giorno, perché è compito nostro scegliere tra le due alternative.
Sta a noi dare un senso a quel sangue.
20 aprile 2026
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Francesco Casini ha 16 anni e studia presso il Liceo classico Noberto Turriziani di Frosinone
Keynes, l'economista va alla carica
di Giorgio La Malfa
La TV a colori e mio papà Ugo
di Giorgio La Malfa
(La Stampa, 18 aprile 2026) - Caro direttore, c’era giovedì su La Stampa una intervista molto bella di una delle storiche annunciatrici della televisione. Nell’intervista, l’autrice Alessandra Comazzi ricordava che l’avvio delle trasmissioni della televisione a colori era stato ritardato per l’opposizione di mio padre Ugo La Malfa, preoccupato – si legge – dalla spesa che l’acquisto dei nuovi televisori avrebbe comportato per gli italiani.
Detta così, sembra che mio padre esprimesse una preoccupazione di retroguardia, rispetto a una tecnologia più moderna. In effetti mio padre […]
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Per chi suona la campana
(Il Commento Politico, 13 aprile 2026) - Colpiscono nei resoconti delle elezioni in Ungheria le analogie con il recente voto italiano nel referendum sulla giustizia: l’aumento imprevisto nei sondaggi della partecipazione, l’impegno massiccio dei giovani, il contrasto fra le campagne dove il partito di governo ha resistito meglio e le città dove prevale il desiderio del cambiamento. Nel caso ungherese è evidente la crisi del sovranismo e quasi certamente anche l’effetto controproducente del sostegno offerto a Orban da Trump [...]
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Un racconto burocratico
di Giorgio La Malfa
(l'Altravoce) - Sicuramente non era facile la prova alla quale era chiamata in Parlamento la presidente del Consiglio, Giorgia Meloni. Doveva dimostrare, a 20 giorni dall'esito disastroso del referendum confermativo sulla giustizia nel quale si era impegnata personalmente, che quella sconfitta non aveva incrinato la maggioranza e non aveva [...]
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Trump, la Nato e la follia
di Oliviero Pesce
(9 aprile 2026) - Seguire Trump, anche in tempo reale, è impossibile. I suoi cambiamenti di umore e di policy vengono espressi e attuati a una tale velocità che stargli dietro, come diceva il Duce – o forse Giolitti - del governare gli italiani, non è difficile, è inutile. Seguire Trump è inutile. C’è chi sostiene che, come si dice di Amleto, “c’è del metodo in questa follia”. Ma se ogni passo effettuato viene poi smentito, e ci si rifugia in impossibili tregue, il “metodo” smette di essere tale. Resta solo la follia. Ed è preoccupante che gli Stati Uniti, baluardo della democrazia, non abbiano sufficienti anticorpi per liberarsene, e che non li abbiano avuti neppure dopo gli accadimenti sediziosi del 6 gennaio 2021. Per liberarsi di un palazzinaro pluricondannato, amico di Epstein, capace di minacciare un’intera civiltà, incluso il popolo che giorni prima avrebbe voluto “difendere”, civiltà certo non superiore a quella degli Stati Uniti, ma assai più antica, e certamente superiore a quella personale del suo attuale Presidente. Che con 80 milioni di votanti a suo favore (arrotondiamo pure per eccesso), meno dell’1% degli abitanti del nostro pianeta, pretende di governarli tutti, questi ultimi, senz’altra regola che la forza. Salvo, quando gli avversari si dimostrano più forti di lui, “chicken out”, come dicono dalle sue parti. Per usare un linguaggio più consono a questo Rodomonte, a questo Dottor Stranamore, e alla sua elegante loquela, “farsela sotto”. Pretendendo poi il Premio Nobel per la Pace, per aver “posto fine” a guerre da lui cominciate. Ci ha annunciato, giorni fa:
«Sto seriamente valutando di lasciare la NATO. Direi che è una considerazione che va ben oltre una semplice rivalutazione. Non sono mai stato convinto dalla NATO. Ho sempre saputo che era una tigre di carta, e lo sa anche Putin, tra l'altro».
Certo che la NATO è una tigre di carta, se il suo principale componente (non in quanto Stati Uniti, ma in quanto il suo attuale e incontrastato Mr. President), passa al nemico, che si dice lo abbia, da palazzinaro plurifallito, abbondantemente finanziato. Putin lo sa, che la NATO è una tigre di carta, se è lui che glielo dice. E quindi è lui, “la tigre di carta”. Facimm’ a faccia feroce.
Trump si è dichiarato profondamente deluso per l'atteggiamento degli alleati nel corso della guerra all’Iran: nessuno, sostiene, si è unito agli attacchi condotti dagli Stati Uniti e da Israele. Non si vede perché gli “alleati”, che lui certo non tratta come tali, si sarebbero dovuti unire a una guerra di aggressione, illegale, a criminali di guerra che si devono (più gli USA che non Israele) tirare indietro, con un “gradimento” al 15%. E tanto meno la NATO, e quindi i suoi Stati membri, che non è una tigre di carta, ma un’alleanza difensiva. Del suo Statuto, firmato a Washington D.C., il 4 aprile 1949, bastino il Preambolo e l’Articolo 1:
«Le Parti del presente Trattato, riaffermando la propria fede negli scopi e nei principi «della Carta delle Nazioni Unite, ed il desiderio di vivere in pace con tutti i popoli e con «tutti i governi, decisi a salvaguardare la libertà dei propri popoli, il proprio retaggio «comune e la propria civiltà, fondati sui principi della democrazia, sulle libertà individuali «e sul predominio del diritto, desiderosi di favorire nella regione dell'Atlantico «settentrionale il benessere e la stabilità, decisi a riunire i loro sforzi per la loro difesa «collettiva e per il mantenimento della pace e della sicurezza, hanno siglato d'intesa il «presente Trattato del Nord Atlantico:
Articolo 1:
«Le Parti si impegnano, in ottemperanza alla Carta delle Nazioni Unite, a comporre con «mezzi pacifici qualsiasi controversia internazionale nella quale «possano essere implicate, «in modo da non mettere in pericolo la pace, la «sicurezza e la giustizia internazionali, e ad «astenersi nei loro rapporti «internazionali dal ricorrere alla minaccia o all'impiego della «forza in modo incompatibile con gli scopi delle Nazioni Unite».
Concetti tutti incomprensibili a questo Presidente. Le Nazioni Unite vanno infatti sostituite dal suo Board of Peace, club privato cui aderire a suon di miliardi di dollari, cui abbiamo mandato nostri esponenti di governo a fare da “osservatori” (speriamo si siano pentiti), e del quale sarebbe Presidente a vita, anche se bocciato dai suoi elettori. Mi correggo: non li abbiamo mandati, ci sono andati alle nostre spalle e a nostre spese.
Invece, ha aggiunto:
«Noi siamo stati presenti in automatico, anche per l'Ucraina che non era un nostro problema. Era come un test e noi eravamo lì per loro e lo saremmo sempre stati. Loro non sono stati [in Iran] per noi».
Non gli sovviene che gli Stati Uniti, quando, su loro richiesta, l’Ucraina ha ceduto alla Unione Sovietica (cui la Russia è subentrata) 1.900 testate nucleari, il terzo arsenale nucleare al mondo, ne hanno garantito l’integrità territoriale. Ma, se non è capace di mantenere la propria, di parola, certo non mantiene quella data dal suo paese, con gli accordi di Budapest nel 1994, 32 anni fa, da un’altra America. Mentre dall’Ucraina vuole estorcere le terre rare.
Nel discorso di Trump agli americani del 1ºaprile 2026, ha chiesto loro “pazienza”, e spiegato che la guerra in Iran è un “investimento per il futuro” dell’America. Quello che era un ”investimento per il futuro” il 1ºaprile, non lo è più dal 7 aprile. Forse tornerà ad esserlo più in là; magari in settimana.
E ha aggiunto: «Chi riceve il petrolio da Hormuz se lo vada a prendere». Se non si fosse cacciato in questo “quagmire”, (in questo casino israeliano) il petrolio da Hormuz lo avremmo continuato a ricevere senza problemi. Quanto all’atomica iraniana, siamo arrivati a questo punto perché Mr. Trump, nel suo primo mandato, ha abbandonato gli accordi raggiunti dall’Europa con l’Iran.
Ancora in corso, la “pace” a Gaza, in Cisgiordania, in Libano …. Mentre Israele introduce la pena di morte a senso unico, per i palestinesi.
Prossima puntata, Cuba, già in corso. Anche i cubani si possono riportare “all’età della pietra ...”
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Oliviero Pesce, economista, saggista e traduttore, ha lavorato presso la Banca Mondiale, la Banca Nazionale del Lavoro, il Consorzio di Credito per le Opere Pubbliche (Crediop) e presso società finanziarie e di investimento. È stato amministratore delegato di banche estere, operando in molti paesi. Traduttore di testi di economia e storia economica, oltre che traduttore e autore di raccolte poetiche, ha scritto numerosi saggi su temi bancari ed economici e saggi storici. Ha tenuto corsi universitari di Management Internazionale ed è socio dell’Istituto Affari Internazionali.
La Via Crucis dell'on. Meloni
Nota Giorgio La Malfa nell’articolo apparso stamane su l’Altravoce - qui allegato in calce - che la posizione esposta ieri mattina dal ministro della Difesa Crosetto in un’intervista al Corriere della Sera segna una netta presa di distanze dall’Amministrazione americana che va oltre la dichiarazione dei giorni scorsi, secondo cui l’attacco israelo-americano all’Iran costituisce una violazione del diritto internazionale [...]
Amendola, più di un eroe sconfitto
(Il Mattino) – Oggi cade il centenario della morte di Giovanni Amendola, intellettuale e politico liberal democratico nato a Napoli nel 1882 e scomparso in seguito alle lesioni subite nell’agguato fascista nel luglio 1925. “L’uomo che sfidò Mussolini” – così appellato nel titolo del libro di Antonio Carioti – fu descritto dallo stesso Duce, anni dopo la sua scomparsa, come “il più forte avversario che il paese potesse proporci” […]
Il bilancio assillo per Meloni
Sul Commento Politico, l'articolo di Giorgio La Malfa pubblicato il 2 aprile dal quotidiano l'Altravoce: clicca qui
Dopo il referendum
di Oliviero Pesce
(30 marzo 2026) - Non si può che gioire se la società civile italiana si è voluta liberare della «dittatura della maggioranza» (copyright, Alexis de Tocqueville). Di una maggioranza che, per impedire che lo 0,5% dei magistrati (lo sono tutti, giudici e pubblici ministeri) passasse, una sola volta nella carriera, dalla funzione giudicante a quella inquirente o viceversa, avrebbe voluto stravolgere sette articoli della nostra Costituzione. Ma se quello era lo scopo dichiarato, altri erano i risultati perseguiti.
Si sdoppiava il Consiglio superiore della magistratura, con un non piccolo “sgarbo” al Presidente della Repubblica che lo presiede, e lo si voleva sottoporre, quanto ad alcune funzioni, al vaglio di un nuovo e sinora (e, dopo il voto, per il futuro) inesistente organo, con un secondo, e ancor più grave, “sgarbo”. Per sottoporre i magistrati a un nuovo “potere”. E, staccando il pubblico ministero dai giudici, lo si sarebbe sottoposto non si sa bene a chi. Ad un CSM bis, sdoppiato e variamente «sorteggiato». E ad una “Alta Corte”, di Governo.
E si è pomposamente battezzata una norma marginale, e che avrebbe toccato soltanto un aspetto parzialissimo del diritto e della procedura penali, «riforma della giustizia». Una vera riforma dovrebbe riguardare il diritto civile e il relativo processo, per riportarlo a durate da paese civile; diminuire il numero dei reati e modificare le forme della pena, che non sia solo detentiva; rendere civile lo stato delle carceri e minimizzarne l’impiego. Perseguire la rieducazione dei rei. (Beccaria). Né si vede perché si possa andare al terzo grado di giudizio per qualsiasi quisquilia. E l’Europa ci chiede di reintrodurre il reato di abuso d’ufficio, contro la corruzione.
La Presidente del Consiglio, visti i risultati, si è liberata di alcune zavorre di cui avrebbe dovuto liberarsi ben prima. Ciò non la assolve certamente dalle responsabilità politiche connesse al fatto di essersi imbarcata in questo procelloso tentativo. Sembrava, tempo fa, più facile, e un buon viatico, se fosse andato in porto, per le prossime elezioni. Ciò malgrado, poiché in futuro dovrà occuparsi anche di turismo, auspichiamo che liberi i cittadini, i turisti che vengono a visitare le nostre sacre sponde, e il demanio dello Stato, dalla esosa dittatura dei gestori delle nostre coste. Che sono votanti; ma lo sono anche gli altri cittadini.
Ma vediamo che effetti dovrebbe avere il risultato di questo referendum sul futuro del Paese, o Stato, o Nazione che dir si voglia. Dovrebbe essere chiaro che qualsiasi norma che tocca, in un modo o nell’altro, le istituzioni e la Costituzione dovrebbe essere discussa e concordata tra tutte le forze politiche e non imposta da una maggioranza; così come si fece nell’Assemblea costituente. A cominciare dalla legge elettorale, che non si può modificare ad ogni piè sospinto per la convenienza di chi, di tempo in tempo, la formula. E che andrebbe approvata anch’essa con le procedute previste per le modifiche della Costituzione; avendo infatti valenza costituzionale. Riconducendola nell’alveo della Costituzione, che prevede, all’Art. 48, secondo comma, che il voto è «personale ed eguale» e che è sì un diritto, ed è libero, ma che è anche un «dovere civico». Questa «eguaglianza» dovrebbe escludere premi da legge Acerbo; e il dovere civico dovrebbe, per quanto possibile, da un lato indurre tutti i cittadini ad esercitare il diritto di voto, e dall’altro a far sì che il Governo lo facilitasse con tutti i mezzi che la tecnologia attuale consente. Ciò che purtroppo non avviene.
Auspichiamo altresì che il risultato del recente referendum metta una pietra tombale sull’ipotesi del premierato. In un articolo del dicembre 2023, intitolato «Riforme costituzionali e stabilità del governo» sostenevo, con una serie di argomentazioni di carattere giuridico, che la riforma andasse respinta, partendo da un dato di fatto:
Alle ultime elezioni politiche, quando ha votato solamente il 63,8% degli aventi diritto al voto, con il 44% dei voti espressi (ovvero con 14,3 milioni di voti, il 28,1% degli aventi diritto al voto) la coalizione di centrodestra si è assicurata alla Camera dei deputati 237 seggi su 400 (il 59% dei seggi; un premio di maggioranza del 34%) e al Senato 112 seggi su 200 (il 56% dei seggi; un premio di maggioranza del 27%).
Malgrado questi risultati esorbitanti e del tutto ingiustificati, la Presidente del Consiglio dei ministri, assieme alla ministra per le riforme costituzionali e la semplificazione, ha presentato al Senato un disegno di legge costituzionale che propone:
modifiche agli articoli 58, 88, 92 e 94 della Costituzione: (i) per l’elezione diretta del Presidente del Consiglio dei ministri, (ii) il rafforzamento della stabilità del Governo e (iii) l’abolizione della nomina dei senatori a vita da parte del Presidente della Repubblica. (Ulteriore schiaffo, al presidente della Repubblica e ai cittadini; o si è «politici» eletti dal «popolo», ma messi in lista dai capipartito, o non si è) Per ottenere risultati analoghi a quelli ottenuti nelle elezioni anticipate del settembre 2022, quali che siano, in futuro, i voti effettivamente ottenuti.
La proposta di legge mirerebbe a:
«consolidare il principio democratico, valorizzando il ruolo del corpo elettorale nella determinazione dell’indirizzo politico della Nazione, attraverso l’elezione diretta del Presidente del Consiglio dei ministri e la stabilizzazione della sua carica, per dare appoggio e continuità al mandato democratico».
Rendendo peraltro inutile il Parlamento, eletto a traino del Presidente del Consiglio, e rendendo instabile l’intero sistema: infatti il Presidente della Repubblica (cui verrebbe assegnato un ruolo del tutto esornativo e per giunta “obbligato”), ove il Presidente del Consiglio non potesse, dopo un voto di sfiducia, esplicare il suo mandato, in base alla proposta normativa sarebbe costretto a conferirgli un secondo mandato a formare un governo, e, in caso di ulteriore fallimento, a conferirlo a un suo accolito che dovrebbe portare avanti il programma appena bocciato; e infine a sciogliere le Camere. Trasferendo la pretesa «instabilità» del Governo in assai più grave instabilità del sistema politico. Bella «continuità» e bell’ “appoggio” al “mandato democratico” [sic !].
Liliana Segre, l’11 luglio 2024, intervistata dal Frankfurter Allgemaine, sosteneva, assai icasticamente:
«Nel programma elettorale della destra non si parla di premierato, ma di sistema presidenziale, che non presenta gli stessi pericoli. Nelle repubbliche presidenziali, l’elezione del governo e quella del parlamento sono separate: in questo modo, il parlamento rimane autonomo e ha un effetto equilibratore sul potere del capo del governo. Se invece il parlamento è messo al servizio del capo del governo, non ha praticamente senso».
Già questa considerazione smentisce in radice la coerenza tra programmi e realtà successive, e smonta qualsiasi argomentazione a favore delle modifiche che il Governo vorrebbe adottare.
Ma, a parte queste valutazioni, pur assai fondate, c’è un dato di fatto – extra giuridico - che induce a respingere il tentativo. Dal gennaio 2025 abbiamo visto, sulla nostra pelle, cosa significa avere, nel paese più potente del mondo, in un “Occidente” ormai segato in due, un “uomo solo al comando”, che si libera, con la forza e con tutti i possibili appigli, dei checks and balances che hanno sinora caratterizzato i paesi civili. Che entra in guerra da solo, senza neppure sentire Camera e Senato, e poi, se le cose gli si ritorcono contro, dà di imbelli traditori agli alleati di un’America ben diversa da quella attuale.
Sarebbe infine opportuno che l’attività legislativa non fosse accentrata, al 95%, nell’iniziativa del Governo, e non fosse approvata troppo di frequente con decreti e con il ricorso alla fiducia. Sarebbe utile ricordare che la legge 31 gennaio 1926, n. 100 diede facoltà al governo di emanare norme giuridiche tramite decreti legge immediatamente esecutivi, senza efficaci garanzie d'intervento da parte delle assemblee legislative. Assai rischioso ritornare, con il continuo esautoramento del Parlamento e il distacco vigente tra gli eletti e gli elettori, a simili procedure.
Pare, questo Governo, allergico ai controlli. Poiché la Corte dei conti (Art. 100, secondo comma, della Costituzione)
«esercita il controllo preventivo di legittimità degli atti del Governo, e anche quello successivo sulla gestione del bilancio dello Stato. [omissis] Riferisce direttamente alle Camere sul risultato del riscontro eseguito.»
E poiché (Art. 100, terzo comma):
«La legge assicura l’indipendenza [della Corte dei conti] e dei [suoi] componenti di fronte al Governo»,
ogni tentativo di limitarne i poteri è illegittimo. E tuttavia lo si è introdotto surrettiziamente nel nostro sistema, (1) a difesa del Governo e a danno dell’Erario e dei cittadini.
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(1) La Legge 7 gennaio 2026, n. 1, in vigore dal 22 gennaio 2026, ha profondamente riformato la disciplina della Corte dei conti. Le principali novità includono un "doppio tetto" ai risarcimenti erariali (max 30% del danno o doppio della retribuzione), una definizione più restrittiva di colpa grave, il silenzio-assenso sul controllo preventivo dopo 30 giorni e l'obbligo di assicurazione.
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Oliviero Pesce, economista, saggista e traduttore, ha lavorato presso la Banca Mondiale, la Banca Nazionale del Lavoro, il Consorzio di Credito per le Opere Pubbliche (Crediop) e presso società finanziarie e di investimento. È stato amministratore delegato di banche estere, operando in molti paesi. Traduttore di testi di economia e storia economica, oltre che traduttore e autore di raccolte poetiche, ha scritto numerosi saggi su temi bancari ed economici e saggi storici. Ha tenuto corsi universitari di Management Internazionale ed è socio dell’Istituto Affari Internazionali.
L’illusione del decisionismo
(Il Commento Politico, 25 marzo 2026) – Abbiamo scritto ieri che l’esito del referendum apriva una fase difficilissima per la presidente del Consiglio. Abbiamo l’impressione che la prima ad esserne consapevole sia la stessa on. Meloni, che deve avere ritenuto necessario dare il senso di una rapidità di decisione, come a voler chiudere tutte le questioni emerse prima e durante la campagna referendaria per una specie di nuovo avvio di cui la proposta di legge elettorale sarebbe il piatto forte [...]
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Chi perde diventa anche antipatico
(Il Commento Politico, 24 marzo 2026) – Non sarà l’opposizione a chiedere le dimissioni dell’on. Meloni. Lo ha detto con chiarezza questa mattina l’on. Schlein in un’intervista su Repubblica. Del resto, l’unico modo per farlo sarebbe presentare in Parlamento una mozione di sfiducia che avrebbe solo l’effetto di rianimare un centrodestra tramortito dall’esito del referendum .
Diverso invece è fare osservare che un presidente del Consiglio che si getta a capofitto in una battaglia referendaria [...]
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L’Italia e la conclusione della legislatura
(Il Commento Politico, 19 marzo 2026) – Abbiamo osservato attentamente in queste settimane le posizioni dei tre responsabili della politica estera italiana in seno al governo: la presidente del Consiglio, il ministro degli Esteri e il ministro della Difesa. Pur nello sforzo di manifestare e di mantenere una posizione comune, le differenze risultano abbastanza evidenti. Il ministro degli Esteri non mostra un particolare fervore nel seguire la linea dell’amministrazione americana, anche se è parso attento a non esprimere apertamente alcun dissenso. [...]
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Ma Trump sapeva del blitz?
(Il Commento Politico, 18 marzo 2026) – Non abbiamo trovato nei giornali di stamani una risposta alla domanda che ci siamo fatti ieri dopo l’annuncio dell’omicidio di Ali Larijani in un blitz delle forze armate israeliane: l’operazione che ha condotto all’eliminazione del capo del Consiglio supremo della sicurezza iraniano è stata concordata fra Israele e gli Stati Uniti o si tratta di un’azione decisa autonomamente da Israele? [...]
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Kennedy, Krusciov e il referendum. Lettera di La Malfa a Merlo
Lettera di Giorgio La Malfa a Francesco Merlo, che risponde nella sua rubrica quotidiana su la Repubblica [...]
La trappola delle guerre asimmetriche
(Il Commento Politico, 12 marzo 2026) – È avvenuto in passato, ed abbiamo l'impressione che stia succedendo ora, che gli americani non comprendano fino in fondo il concetto di guerra asimmetrica e cioè che sopravvalutino ciò che la loro forza militare può realizzare e sottovalutino le forme in cui i loro avversari possono condurre le guerre. Forse la sensazione di disporre di una forza militare senza confronti conduce a pensare che gli avversari non abbiano altra strada che arrendersi senza condizioni - come del resto ha ingiunto in questi giorni il Presidente degli Stati Uniti all'Iran. [...]
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La destra e il Quirinale. A proposito di un’intervista a Dario Franceschini
(Il Commento Politico, 5 marzo 2026) – Le gravi notizie sulla guerra in Medio Oriente hanno fatto passare in seconda linea le vicende politiche interne, sia il dibattito sul referendum per la separazione delle carriere dei magistrati, sia le questioni relative alla nuova legge elettorale presentata in tutta fretta dalla destra a metà della scorsa settimana. In particolare, è passata in silenzio un’interessante intervista a Dario Franceschini - qui allegata in calce - pubblicata lunedì 2 marzo dalla Repubblica e intitolata “Meloni vuole Colle e pieni poteri”. [...]
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Una crisi pericolosa e drammatica
(Il Commento Politico, 3 marzo 2026) – Un’alleanza, politica o militare, non implica un uguale peso decisionale fra i partecipanti, né una piena coincidenza degli obiettivi che ciascuno di loro le assegna. Non comporta neppure un’identica valutazione degli esiti cui dà luogo: quello che per uno degli alleati può essere un risultato pienamente soddisfacente, per l’altro può essere solo un esito parzialmente positivo. [...]
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S’ode a destra uno squillo di tromba
(Il Commento Politico, 26 febbraio 2026) – Nel nostro innato realismo, pensiamo tuttora che nell’imminente referendum costituzionale, il SÌ abbia forti probabilità di successo, anche e soprattutto per la potenza di fuoco dei media, dalla Rai alle reti Mediaset, che fanno una sfrenata campagna a favore del governo. Ma fra ieri e oggi si è insinuato in noi un dubbio sull’esito della consultazione basato su due elementi. [...]
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L'evidente difficoltà del Professor Barbera
(Il Commento Politico, 23 febbraio 2026) – In una lettera a Francesco Merlo, apparsa nei giorni scorsi su Repubblica, avevo scritto che per il professor Barbera ed altri esponenti del centrosinistra che hanno annunciato il loro voto favorevole alla riforma costituzionale presentata dal governo Meloni, e sulla quale vi sarà fra un mese un referendum confermativo, si pone e si porrà sempre più nettamente un problema di coscienza. [...]
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Sì-No, la sinistra e la coscienza. Lettera di La Malfa a Francesco Merlo
(la Repubblica, 19 febbraio 2026) – Caro Merlo, credo che con il passare dei giorni la posizione di persone come il professor Barbera e l'ex ministro Salvi i quali, pur dichiarandosi di centrosinistra, sostengono il Sì al referendum diventerà insostenibile. Mentre loro pensano che si tratti di prendere una posizione di merito e non di schieramento politico, per il centrodestra la posizione sul referendum è puramente ed esclusivamente politica. [...]
Giorgio La Malfa sul “Corriere della Sera”: Serve un’economia del futuro
(Corriere della Sera, 16 febbraio 2026) – Penso che dovrebbe esservi un allarme rosso sulle condizioni dell’economia italiana. I dati sono impressionanti, quando li si guardino nella loro evoluzione temporale. Praticamente l’economia italiana è stagnante da un quarto di secolo: è ferma la produttività, declina progressivamente ili settore manifatturiero, cresce il settore dei servizi, ma non con le imprese ad alto valore tecnologico ma in attività essenzialmente legate al consumo ed al turismo che offrono stipendi molto al di sotto di quelli degli altri paesi dell’Europa Occidentale […]
Giustizia e referendum, lettera di La Malfa a Francesco Merlo
Riportiamo di seguito la lettera scritta da Giorgio La Malfa a Francesco Merlo, che risponde nella sua rubrica su Repubblica
Posta e risposta di martedì 10 febbraio 2026
Caro Merlo, se dopo quattro anni dalla sua formazione un governo di centro destra, che dichiara da sempre che la sicurezza è un tema fondamentale per i cittadini, deve fare un decreto legge sulla sicurezza, evidentemente su questo tema ha fallito completamente. Non so se questa semplice considerazione balza agli occhi dell’opinione pubblica, come dovrebbe. Ma certo ne sono consapevoli i due ministri dell’Interno e della Giustizia cui il governo ha affidato il compito davvero difficile di giustificare il provvedimento. Che cosa dicono infatti? Che il decreto è giustificato da nuovi gravi pericoli all’orizzonte: le nuove Brigate Rosse. Lo dicono perché altrimenti la contraddizione con cui ho iniziato sarebbe evidente a tutti. Ma veramente possono sostenere che un’Italia che ha visto centinaia di morti tra i magistrati, le forze dell’ordine, i giornalisti e i cittadini negli anni di piombo sta andando in quella direzione? E se così fosse, non sarebbe da irresponsabili attaccare la magistratura come fanno tutti i giorni e promuovere una legge costituzionale volta a indebolirla? Questo lo dico a quella parte del Pd che ritiene che il referendum riguardi i “principi” astratti del diritto e non gli interessi concreti della destra.
Giorgio La Malfa
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Il referendum, che in Italia è sempre un pasticcio, sta inesorabilmente diventando un sì o un no a Giorgia Meloni, con l’effetto paradossale che molti voteranno il contrario di quello che, sulla giustizia, pensano. Credo che questi sì, che obtorto collo voteranno no, stiano crescendo e superando la sinistra per il sì e i no che voteranno sì.
Francesco Merlo
Torino, 31 gennaio 2026
di Tommaso Masciovecchio La Malfa
La manifestazione del 31 gennaio a Torino, a favore del centro sociale Askatasuna, è stata semplificata dai media e dai commentatori politici ed è stata raccontata solo per gli episodi violenti e per gli scontri che hanno segnato le fasi della giornata. Ma questa non è la sola realtà dei fatti.
Centri sociali e Associazioni intenti a ricostruire opportunità dal basso hanno aderito in massa a questa iniziativa. Erano presenti realtà come “Quarticciolo Ribelle”, che da anni sta dando una risposta concreta al vuoto istituzionale sofferto da uno dei quartieri più poveri e più complessi di Roma, offrendo servizi che lo Stato non dà, come per esempio l’Ambulatorio Popolare Roma Est, nato in questo contesto.
Più di trentamila persone da tutta Italia si sono mosse per mostrare solidarietà non tanto nei confronti di un luogo fisico, ma di un ideale di giustizia e equità.
Il corteo, al grido di “Askatasuna vuol dire Libertà”, è stato realmente trasversale: tematiche che dovrebbero stare a cuore alla sinistra erano presenti in piazza, dalla Palestina agli stipendi bassi, dai tagli alla sanità al no al referendum sulla giustizia.
Questa manifestazione dovrebbe essere il punto di partenza per quella sinistra che invece si è limitata a criticare - giustamente - la violenza nei confronti del poliziotto, ma che ha dimenticato di fare lo stesso per i manifestanti brutalmente manganellati dalle forze dell’ordine. Si è avuta invece l’ennesima dimostrazione della fragilità della sinistra e dell’incapacità di rispondere con fatti e proposte concrete alla strumentalizzazione e alla semplificazione del dibattito da parte della destra. I temi della manifestazione - quella pacifica - non sono stati nominati, non solo dai media tradizionali, ma nemmeno da coloro che si definiscono “opposizione”.
Poco cambia se l’Italia è tra i Paesi europei con i salari reali più bassi, se abbiamo il tasso di natalità tra i più bassi al mondo perché i giovani non hanno più un mondo in cui far nascere - e tantomeno crescere - i bambini. E a chi importa se le case, le scuole e gli ospedali cadono a pezzi? Importa alle trentamila persone che sono scese in piazza, alle persone che dal sud hanno viaggiato per ore per raggiungere Torino in autobus, perché le Ferrovie dello Stato considerano Stato più il centro-nord che il sud. A queste persone qualcosa cambia se viene chiuso un centro sociale che offre un doposcuola ai figli mentre loro lavorano per 8 euro l’ora. Così a quei ragazzi che frequentano scuole in cui manca il riscaldamento, la carta igienica, i professori e che, finita la scuola, dovranno confrontarsi con un mondo del lavoro in molti casi inesistente, o con una istituzione universitaria stantia e nepotista.
Quei ragazzi erano in piazza a far sentire la loro voce, e spesso erano nelle prime file, a scontrarsi con le forze dell’ordine, a controprova che la loro percezione - in una società così indifferente ai problemi che li angosciano - è di non avere nulla da perdere.
Bisogna evitare la violenza. Ma le denunce di questi giorni sembrano evocare la dottrina di Colin Powell teorizzata dal filosofo Slavoj Žižek, di una “guerra senza vittime (dalla nostra parte, naturalmente)”. La violenza, cioè, è sbagliata ma solo quando è subita. Eppure la violenza non è solo fisica. Se si vuole evitare la violenza di piazza, bisogna smettere di fare violenza anche nelle altre forme più subdole in cui essa viene perpetrata. Bisognerebbe forse provare a ristabilire quei diritti costituzionali che sempre più spesso vediamo dimenticati, ricostruire una società che rispetti i diritti politici, sociali, economici e culturali riconosciuti dai trattati europei e internazionali.
Forse solo partendo da questi ideali potremo riuscire a offrire un’alternativa al vuoto dilagante, e costruire un’opposizione concreta alla destra distruttiva e autoritaria che si sta impadronendo della nostra società.
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Tommaso Masciovecchio La Malfa è studente magistrale di Scienze filosofiche presso l’Università di Bologna.