Agorà
In questo spazio si trovano articoli di attualità politica ed economica nazionale e internazionale, contributi degli amici di Officina Repubblicana e segnalazioni di articoli pubblicati da giornali italiani e stranieri
La brochure dell'assemblea di Officina Repubblicana, 13 giugno 2026
Paolo Gattari
Il lavoro dei Tavoli programmatici di Officina Repubblicana
In occasione di eventi di questo tipo la cosa che salta subito all'occhio è il numero di persone che accompagna la partecipazione. Oggi però la cosa che colpisce di più è la trasversalità della platea: ci sono davvero partecipanti di tutte le età e questo è per noi organizzatori motivo di grande orgoglio.
Il nostro è un progetto giovane, ci siamo riuniti in un evento pubblico per la prima volta il 24 gennaio scorso. In questi sei mesi in cui siamo stati molto impegnati in incontri dal vivo e in video call, la cosa che si è notata di più è stata la sete feroce che le persone che si avvicinano alla politica oggi hanno di idee, temi, progetti e partecipazione diretta per trovare soluzioni ai problemi che, soprattutto negli ultimi anni, ci attanagliano: la pace e gli equilibri internazionali, l'ambiente e la sua salvaguardia, i problemi dell'economia e del lavoro.
Il Risiko della politica, i problemi di leadership, le leggi elettorali e le geometrie delle alleanze sono tematiche più che mai legittime e molto importanti, ma interessano gli addetti ai lavori. Le persone che invece vogliano capire a chi dare il proprio voto o che desiderino impegnarsi con una reale attività di supporto hanno voglia di capire i programmi sui quali si lavorerà.
Officina Repubblicana è partita proprio da qui, accogliendo questo tipo di fermento. Quello che abbiamo fatto è stata la formazione di tavoli di lavoro aperti sui temi che abbiamo percepito più sentiti. Grazie all’aiuto di amici (Luca Muscarà, Fabio Bassan, Pietro Giannini, Fabio Catino, Mauro Aparo, Marcello Orecchia, Paolo Montecchini) che si sono offerti come coordinatori dei vari tavoli, abbiamo aperto dei luoghi di approfondimento sulle seguenti tematiche:
- Nuove tecnologie, analizzando in che modo hanno avuto impatto sulle democrazie e sulla gestione della comunicazione politica dal 2007 a oggi e soprattutto ipotizzando possibili soluzioni per il prossimo futuro;
- Ambiente, studiando politiche economiche espansive che si pongano l’obiettivo di migliorare il valore della qualità ambientale, potenziando i finanziamenti legati alla transizione energetica, la maggiorazione dei piani nazionali di finanziamento finalizzato alla sicurezza in adattamento agli eventi estremi, la regolazione di un ambito finanziario premiante per le risorse del risparmio privato veicolate verso il finanziamento di piccole e medie imprese innovative ad alto valore aggiunto ambientale.
- Europa, su questo tema di stringente attualità tre sono i punti sui quali stiamo concentrando l’attenzione; da una parte l’allargamento ai 27 che assume connotati strategici ancor più che in passato, il problema del riassetto della Difesa da portare avanti in modo integrato e non disorganico come sembra essere per ora stato approcciato, e infine continuare ad attenzionare il mercato delle piattaforme tecnologiche dove il Digital Market Acte il Digital Service Act pongono l’UE come apripista e punto di riferimento per la tutela dei diritti fondamentali del mercato digitale;
- Intelligenza Artificiale, dove il rapporto Stato/Impresa deve tornare a rappresentare, come è stato in altri settori e in altri momenti dello sviluppo economico, un elemento virtuoso che permetta alle innovazioni di essere proposte alle autorità di vigilanza per poi tornare sul mercato; la formazione di consorzi successivamente permetterebbe di agevolare e irrobustire il mercato rafforzando l’offerta dell’Unione Europea;
- Under 35, questo è un tavolo che ha come protagonisti tutti collaboratori che provengano dal mondo studentesco e lavorativo ma che rigorosamente appartengano alla fascia d’età 18/35 anni; prima ancora che il referendum e anche le elezioni in Ungheria segnassero la grossa partecipazione delle nuove generazioni al confronto politico, Officina Repubblicana aveva già identificato l’importanza di questo elettorato consegnando al tavolo “Giovani” il compito di vigilanza metodologica da attuare trasversalmente su tutti i tavoli di lavoro per rendere l’attenzione dimostrata dalle persone appartenenti a questa fascia d’età una risorsa vera e centrale per il dibattito sviluppato.
Niccolò Rinaldi
Vincoli e opportunità europee al centro della riflessione economica di Officina Repubblicana
Alla seconda assemblea di Officina Repubblicana (Roma, 13 giugno 2026), dedicata a un programma economico in vista delle prossime elezioni legislative, ho presentato alcune brevi proposte per il suo inquadramento europeo.
Due sono le premesse. La prima è che non esiste una politica di bilancio fuori dallo spazio europeo. L’Unione europea offre opportunità che bisogna saper sfruttare e valorizzare, e vincoli da rispettare. La seconda è che l’Europa pretende il rispetto delle regole che ci siamo dati, regole non imposte e calate da un’entità terza, ma votate dal Consiglio e del Parlamento, e dunque anche dall’Italia. Tra queste regole, il rispetto dei vincoli di bilancio è quella più importante, il certificato di idoneità per poter chiedere, e anche pretendere, soluzioni europee una volta che si pongano a Bruxelles problemi reali. Viceversa, se ci si sottrae a questo rispetto dei conti, magari con i neologismi italici per camuffare il debito (“scostamento”, flessibilità”), non solo aumenta il debito, ma diminuisce l’autorevolezza del paese, e i conti non potranno mai tornare.
Fatto salvo questo, occorre concentrarsi su quattro punti, non esaustivi ma prime essenziali indicazioni per un’integrazione tra politica economica nazionale e contesto europeo.
1) Ricominciare da una storia antica, il buon uso dei fondi europei.
La vicenda del PNNR è nota. Il suo negoziato (governo Conte, e fetta del 25% sul totale europeo riservata al nostro paese) dimostra che con ragioni valide l’Italia può ottenere un aiuto significativo. I circa 225 miliardi di investimenti avrebbero dovuto comportare una crescita sostenuta, e invece sono serviti a mala pena a evitare la recessione, visto che restiamo sotto a un tasso dell’1% e che il divario tra il nostro paese e gli altri si allarga. Qui si aprono due riflessioni, che valgono sia per il PNNR che per i fondi di coesione ordinari.
In primo luogo, i finanziamenti europei sono incardinati su un principio di programmazione degli investimenti, che è l’elemento principale della relazione e della proposta di Giorgio La Malfa. Non quindi una gestione del contingente e degli interessi immediati, ma spese spalmate sugli anni e indirizzate su obiettivi prioritari, tali da trainare il resto dell’economia e del tessuto sociale. In breve: inclusione sociale, sostenibilità, innovazione, filiera della conoscenza (scuola, università, ricerca, creatività) - ovvero obiettivi protagonisti di un programma di politica economica di progresso. Questa politica di programmazione europea implica, proprio nel senso repubblicano, la necessità di legare i fondi UE ad altri di tipo nazionale, locale, privato, mobilitando le risorse possibili e di fonti diverse verso i medesimi fini strategici. In Italia, finora questa lezione è stata disattesa, e il contributo europeo è speso per lo più alla chetichella, in ordine sparso e con progetti non connessi con un contesto strategico di insieme. CONTINUA A LEGGERE: clicca qui:
Ma non sempre, e questo è il secondo punto. Perché la qualità della spesa, oltre che la più banale capacità di assorbimento dei fondi, è in Italia a macchia di leopardo, con eccellenze e sprechi, con fondi del PNNR che hanno recuperato infrastrutture volano di sviluppo, e altri dirottati per ristrutturare uno stadio (nonostante la volontà di un privato a costruirne uno nuovo) o finanziare concerti della banda cittadina. La mappa è variegata, e amministrazioni di città diverse, ma anche dello stesso colore politico, hanno dimostrato capacità opposte nel saper gestire i finanziamenti europei. Oltre che riferirsi alle migliori pratiche di paesi del nord Europa, o della Spagna o Slovenia (per citare esempi virtuosi), sarebbe sufficiente guardare alla porta accanto, alle amministrazioni che anche nella stessa regione hanno saputo utilizzare nel migliore dei modi le risorse. In questo, oltre che delle istituzioni, vi è anche una responsabilità dei partiti, che potrebbero attivarsi per contribuire a mettere a regime le politiche dei propri amministratori.
La politica economica nazionale deve dunque saper approfittare delle risorse europee, intrecciando le proprie priorità con la programmazione UE e creando un sistema nazionale di ottimizzazione delle spese (ciò che comporta anche una sana valutazione ex-post).
2) Altro punto importante di un governo dell’economia è ridurre le procedure di infrazioni per il mancato o distorto recepimento delle norme europee. La lista delle infrazioni cambia frequentemente, fra alcune che vengono fortunatamente chiuse e altre che si aprono, e generano un continuo viavai di pratiche, ricorsi, spiegazioni, contrattazioni, fino al giudizio della Corte che arriva a comminare delle multe giornaliere per ogni giorno di violazione persistente. Il numero delle infrazioni italiane è superiore alla media europea, ma soprattutto pesa che l’Italia occupi il primo posto per infrazioni arrivate al livello della sanzione finanziaria. Nel loro complesso, le procedure di infrazioni incidono sui conti pubblici con una spesa di circa un miliardo di euro ogni dieci anni, a cui vanno aggiunti i costi degli uffici che puntualmente sono impegnati a fronteggiare le varie procedure. Inoltre, la mancata adozione delle norme europee impedisce l’armonizzazione del nostro tessuto economico, ambientale e sociale con i livelli europei, creando discrepanze che si traducono in un ulteriore svantaggio rispetto sugli altri paesi. Infine, un numero elevato di infrazioni, riducono la credibilità dell’Italia e il suo peso in sede europea.
C’è poi un altro elemento a cui soprattutto le forze della sinistra democratica devono guardare, ed è che quasi tutte le infrazioni costituiscono delle violazioni di norme di progresso, soprattutto in campo ambientale (trattamento dei rifiuti, riciclo, economia circolare, qualità dell’acqua e dell’aria) ma anche per altri aspetti. Tra questi, ho ricordato l’infrazione contro l’Italia per aver esteso l’esenzione delle accise per il gasolio dei natanti quali i pescherecci, al noleggio degli yacht privati – un favore dal sapore classista per il quale il contribuente italiano paga sia per il mancato introito delle accise che per il costo della procedura.
3) In termini di programmazione e di pianificazione degli investimenti, l’Europa offre una terza area che il prossimo governo dovrebbe esplorare: la possibilità di realizzare economie di scala nello sviluppare sinergie e progetti comuni con altri paesi. Possibilmente, ex- ante, e non solo ex-post. Se, ad esempio, il consorzio Airbus costituisce oggi una realtà industriale europea protagonista in un settore ad alta competitività tecnologica come l’aviazione, creato mettendo insieme (ex post) campioni nazionali già attivi nel mercato, l’intelligenza artificiale richiede massiccia disponibilità di finanziamenti in un campo cruciale per qualsiasi politica di sviluppo nel quale tutti gli stati europei sono ancora nelle fasi inziali delle loro strategie nazionali. Agenzie comuni, condivisione di grandi progetti, formazione e valutazioni unitarie, sono misure che permettono di spendere meno e di ottenere risultati migliori.
L’Italia finora fa fatica a utilizzare questo tipo di cooperazioni – rafforzate o al di fuori dei trattati UE – mentre ne avrebbe l’interesse per ottimizzare la spesa e anche la propria integrazione nel contesto dell’UE. Detto in altre parole, laddove si debba affrontare una spesa pubblica, valutare quali siano i margini di convenienza per inquadrarla in una concertazione europea.
4) Infine, l’Europa chiede di essere aiutata, anche a essere più popolare e, nella percezione, più immediatamente utile. Dopo la crisi del 2008, ed è solo un caso tra i tanti, si parlò spesso di un’assicurazione UE contro la disoccupazione, un assegno erogato dal bilancio europeo, concepito in modo da evitare finanziamenti di disoccupazioni di lunga durata e comportamenti – tanto individuali quanto di Stati – opportunistici. Gli studi sui costi e i benefici non mancano, e portarono al programma temporaneo SURE (Support to mitigate Unemployment Risks in an Emergency), creato per sostenere gli Stati durante la pandemia.
In epoca di ristrutturazioni industriali e di difficoltà congiunturali nell’approvvigionamento delle materie prime, una tale assicurazione costituisce un esempio di quelle misure di sostegno sociale che l’Italia può richiedere in Europa, in modo da contrastare la crescente disparità che ha portato l’indice Gini ad aumentare e la mobilità sociale a fermarsi. I risparmi per il bilancio pubblico non sarebbero trascurabili, e il processo di integrazione europea beneficerebbe di un’iniezione di fiducia da parte dei cittadini. Tuttavia, per chiedere all’Europa di fare di più in questo campo occorre dimostrare di rispettare i vincoli di controllo del debito, regola aurea per qualsiasi posizione si voglia difendere con autorevolezza a Bruxelles.
Fondi europei, infrazioni, cooperazioni: alla fine si tratta sempre di non considerare la materia europea come un compartimento separato dagli impegni di bilancio e dall’attività normativa nazionale, ma, al contrario, di integrarla in un disegno comune. Quella programmazione e visione a medio e lungo termine che è poi l’unica possibile e che non può prescindere dalla collocazione geografica e politica dell’Italia – una capitale dell’Europa, o, a seconda delle nostre scelte, una sua provincia.
L'Alleanza per la Costituzione
1 luglio 2026
“Alleanza per la Costituzione” ci sembra una formula eccellente per designare la coalizione dei partiti e delle forze di centro-sinistra in vista delle prossime elezioni. Va dato merito a Giuseppe Conte di avere individuato nel rispetto e nella difesa della Costituzione uno dei connotati più significativi comune a tutti partiti e i movimenti che costituiscono un'alternativa alle forze di destra che si raccolgono intorno all'on. Meloni.
È da tempo evidente che la Presidenza della Repubblica è l'obiettivo principale che la destra si propone in un eventuale secondo mandato. Nei giorni scorsi la premier ha "ufficializzato" questa posizione sostenendo che è ormai tempo che al Quirinale vada una personalità della destra. Che un partito possa aspirare ad avere un proprio esponente al Quirinale è in sé comprensibile. Quello che rende preoccupante questa prospettiva è il possibile uso che della Presidenza della Repubblica potrebbe fare la destra.
Officina Repubblicana, fin dal suo esordio nello scorso mese di gennaio, ha manifestato la propria preoccupazione per ciò che potrebbe avvenire qualora il partito dell'on. Meloni conquistasse il Quirinale: lo stravolgimento di fatto della Costituzione vigente. Una forse incauta dichiarazione riportata fra virgolette dal Corriere della Sera di stamani e attribuita agli "ambienti" di Fratelli d’Italia conferma queste nostre preoccupazioni. Dice questa voce che l'ascesa dell'on. Meloni al Colle sarebbe la premessa per quella riforma in senso presidenziale della Costituzione che è da sempre nei programmi della destra.
Il punto è che non crediamo che la destra cercherebbe di introdurre il presidenzialismo per via legislativa. Essa sa che una riforma costituzionale di questa portata, sottoposta al vaglio di un referendum, avrebbe buone probabilità di essere respinta, come è avvenuto di recente anche per la riforma Nordio della giustizia. Ancora più forte sarebbe la reazione popolare a una maggioranza o a un governo che volessero stravolgere per via legislativa la Costituzione.
È probabile quindi che assisteremmo al tentativo di introdurre il presidenzialismo in via di fatto attraverso una forzatura della Costituzione vigente. Abbiamo spiegato negli interventi di Officina Repubblicana che la torsione avverrebbe rivendicando al nuovo Presidente della Repubblica i poteri di rappresentanza internazionale dell'Italia oggi attribuiti al presidente del Consiglio in quanto capo dell'esecutivo. Una rivendicazione di questo genere potrebbe essere contestata dal governo mediante un conflitto di attribuzione di fronte alla Corte Costituzionale, ma se il governo (di destra) fosse acquiescente e non sollevasse il conflitto di attribuzione (e certamente si guarderebbe bene dal farlo) la trasformazione della Costituzione in senso presidenziale avverrebbe senza alcuna modifica formale della Costituzione.
Ci sembra un pericolo reale per evitare il quale, giustamente, nasce oggi l'Alleanza per la Costituzione.
Il giudizio di Officina Repubblicana sul caso Trump-Meloni
20 giugno 2026
Gli incontri bilaterali fra i leader non fanno parte dell’agenda di riunioni come il G7: sono organizzati a parte, in genere su richiesta – spesso su insistente richiesta, dato che le richieste sono molte e i tempi limitati - da uno dei due Paesi. Generalmente è il più piccolo che chiede al più grande. È stato così nel caso dell’incontro Trump - Meloni di Evian? O è stato Trump a chiedere di incontrare la Meloni? Su questo punto fattuale il governo dovrebbe fare chiarezza. Anche perché una richiesta insistente può anche apparire come un’implorazione.
In secondo luogo, perché Trump ha deciso di tornare in termini così brutali su questo incontro? Lo ha fatto, come scrive stamane un commentatore su uno dei maggiori giornali, perché frustrato per l’accoglienza generalmente fredda che ha avuto l’accordo fra gli Stati Uniti e l’Iran? Ma se è così, perché prendersela con la Meloni che su questo punto non risulta avesse espresso pubblicamente questo giudizio? Non potrebbe invece essere che il Presidente degli Stati Uniti sia stato fortemente irritato dalla circostanza che, già nei giorni precedenti al summit, alcuni giornali della destra in Italia titolavano che fra i due era di nuovo scoppiato l’amore, e poi dall’evidente intenzione di Palazzo Chigi di confermare la ritrovata intesa diffondendo l’immagine del loro colloquio sul divano? Il contrasto c’era stato a proposito della guerra all’Iran e pretendere che tutto fosse stato risolto implicava che Trump avesse rinunciato alle proprie doglianze. Forse il fastidio può essere stato causato dall’eccessivo desiderio della Meloni di pubblicizzare un esito che invece non c’era.
E infine, anche se le cose non stessero così, come invece è probabile che stiano, è saggio per la presidente del Consiglio dire che il Presidente degli Stati Uniti è un bugiardo? È appropriato che la seconda carica dello Stato affermi che è pazzo? Non valeva la pena per il ministro degli Esteri riflettere un giorno, prima di annunciare la cancellazione di un viaggio negli Stati Uniti? Sono sicuri lor signori che questo sia difendere l’interesse e la dignità nazionale?
A proposito di dignità nazionale, si può ricordare che Alcide De Gasperi implorò l’aiuto degli Stati Uniti, come si vede nella famosa fotografia che lo ritrae con un assegno americano in mano. Forse è perché De Gasperi, essendo uomo di Stato, sapeva distinguere fra gli interessi del suo Paese e le miserabili sorti di un governo alla deriva.
Giorgio La Malfa su Rinascita
11 giugno 2026
In fondo “la resistibile ascesa” del generale Vannacci (per usare un riferimento letterario a Bertolt Brecht) un merito ce l’ha: quello di avere finalmente seminato qualche dubbio nelle immarcescibili convinzioni dei sostenitori dei sistemi elettorali che premiano [...]
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Dal Tycoon un atto di forza, altro che appeasement
7 maggio 2026
di Giorgio La Malfa
(l'Altravoce) - Caro Direttore, a me sembra che i giornali non abbiano colto il significato del reiterato attacco di ieri di Trump a Papa Leone XIV. In genere prevale l'idea che esso sia il segno di una progressiva discesa del Presidente nella follia [...]
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Giorgio La Malfa su Gazzetta di Roma
23 aprile 2026
Sabato 25 aprile, in occasione della Festa della Liberazione, Milano si conferma laboratorio di pensiero civile. Officina Repubblicana promuove l’appuntamento “Un mare di Libertà” [...]
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Fatti non foste a viver come bruti…
di Francesco Casini
Tra i motivi di dibattito e polemica degli ultimi giorni, una posizione di rilievo è stata occupata dalle nuove Indicazioni Nazionali per i licei. In particolare, si discute riguardo alla scelta di non far leggere più “I promessi sposi” durante il secondo anno del liceo classico, malgrado ciò non faccia effettivamente parte delle indicazioni: viene, infatti, scritto che «a discrezione dell’insegnante, in alternativa al romanzo di Manzoni sarà pertanto possibile far leggere integralmente agli studenti altri libri meno complessi dal punto di vista linguistico [...], rimandando la lettura dei Promessi sposi, in forma integrale o per brani, al quarto anno del percorso di studio, quando si affronta la letteratura dell’epoca di Manzoni». Rimane comunque curioso che nella sezione “Generi diversi e non solo libri”, in cui si consigliano testi alternativi ai romanzi, da leggere nel primo biennio, venga proposta la lettura della “Storia della colonna infame”.
Viene, dunque, consigliato un libro scritto dallo stesso Manzoni (peraltro pensato come appendice al suo romanzo) e caratterizzato da un tono spesso più tecnico, avvicinandosi alle famose digressioni de “I promessi sposi”, delle quali spesso si salta già la lettura, vista la loro difficoltà.
I più maliziosi potrebbero, dunque, pensare che il problema non sia la complessità della lingua dell’Ottocento, come sostenuto nelle indicazioni, ma la fama di “libro pesante” acquisita dal capolavoro manzoniano grazie a generazioni di studenti.
Il malizioso dubbio potrebbe essere alimentato anche dall’audace affermazione, secondo cui «I promessi sposi non sono più un “classico contemporaneo” », perché temporalmente troppo distanti. Davvero curioso, soprattutto perché poco prima si trova scritto che «l’insegnante potrà introdurre nel secondo quadrimestre del secondo anno la lettura di testi del Medioevo ».
E, perdipiù, si scrive che durante il secondo anno «Anche la lettura di brani dei “Promessi sposi”, se svolta in classe, potrà essere l’occasione per sviluppare i temi linguistici in rapporto all’unificazione culturale e politica italiana ».
Riassumendo, “I promessi sposi” non va letto nel primo biennio, perché troppo complesso, ma va sostituito da capolavori moderni, tra cui, a fianco ad Italo Calvino e George Orwell, si menziona anche Stephen King (immaginate un’interrogazione su “It”, il temibile pagliaccio divoratore di fanciulli). Tuttavia, si consiglia vivamente di leggere testi che non siano romanzi, come la “Storia della colonna infame”, scritta da Manzoni, e la lettura di opere medievali, che sembrano essere ritenute più vicine a noi rispetto ad un libro dell’Ottocento.
Nonostante queste contraddizioni, spesso ignorate nei pettegolezzi, non ci si deve, però, preoccupare della scomparsa de “I promessi sposi”, che saranno comunque ripresi durante il quarto anno.
Bisogna, invece, preoccuparsi per altri motivi.
In apertura alla sezione “LETTERATURA”, si trova scritto che «All’insegnante spetta anzitutto il compito di selezionare i contenuti, senza strafare ». L’espressione «senza strafare», volendo creare un clima di studio più “rilassato”, può, tuttavia, portare alla degenerazione di quest’ultimo, facendo sentire lo studente e persino l’insegnante legittimati al poco impegno.
Si continua scrivendo che «‘studiare letteratura’ non significa imparare la biografia e la poetica degli autori, o la critica sugli autori, e neppure studiare a memoria le caratteristiche della tale o talaltra corrente letteraria» e che «È bene che lo studente sia messo nella condizione di provare da solo a comprendere i testi, senza essere sommerso dalle note di parafrasi e dalle interpretazioni che altri hanno dato di quei testi»: si dichiara, quindi, la rinunciabilità del supporto della critica letteraria nello studio. La Divina Commedia, dunque, potrà essere letta come il viaggio di un poeta che incontra e dialoga con dei fantasmi; è evidente che la comprensione di qualunque grande opera sia parziale, se prescinde dalle osservazioni fatte dai critici. Se l’obiettivo, come viene spesso ribadito nelle indicazioni ministeriali, è quello di dare maggiore spazio ai contenuti dei testi, in modo che i ragazzi possano farli propri, l’accattivante espediente di far apprendere meno informazioni per focalizzarsi sulla lettura è controproducente. Studiare i pareri dei critici e persino «le caratteristiche della tale o talaltra corrente letteraria» serve, infatti, a dare gli strumenti per la piena comprensione di un testo, portando, così, alla reale crescita personale. È davvero improbabile che un qualsiasi adolescente riesca a capire da una lettura superficiale della Divina Commedia cosa sia la concezione figurale, individuata da Auerbach.
Si continua nella sezione “OBIETTIVI SPECIFICI DI APPRENDIMENTO E CONOSCENZE”, in cui si consiglia di affiancare allo studio dell’epica la lettura di brani tratti dai poemi cavallereschi del Cinquecento, come l’ “Orlando Furioso”, ma «senza l’assillo della parafrasi», in quanto «testi del genere possono dare molto divertimento ». Se l’obiettivo è il divertimento, ben venga sostituire Manzoni con Stephen King.
Il messaggio che le nuove Indicazioni Nazionali sembrano dare, è, parafrasando alcune pubblicità contro l’alcolismo, “studiate responsabilmente”.
Da alunno di un liceo classico, la lettura delle indicazioni ministeriali è stata amara. Se speravo di vedere ribadita l’importanza degli studi umanistici, anche nei loro aspetti più accademici, quello che ho trovato mi è sembrato un compromesso con chi ne sostiene l’inutilità.
Il messaggio, che spero sia inviato ai miei amici studenti, non è “studiate responsabilmente”, ma quello che si trova in un classico non contemporaneo: «fatti non foste a viver come bruti,/ma per seguir virtute e canoscenza».
Fatene pure la parafrasi.
18 maggio 2026
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Francesco Casini ha 16 anni e studia presso il Liceo classico Norberto Turriziani di Frosinone.
Dal Tycoon un atto di forza, altro che appeasement
di Giorgio La Malfa
(Il Commento Politico, 7 maggio 2026) - Caro direttore, a me sembra che i giornali non abbiano colto il significato del reiterato attacco di ieri di Trump a Papa Leone XIV. In genere prevale l'idea che esso sia il segno di una progressiva discesa del Presidente nella follia [...]
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"Italia, quale strategia": Giorgio La Malfa su Radio Inblu 2000
Segnaliamo l'intervista rilasciata la mattina del 30 aprile 2026 da Giorgio La Malfa a Radio Inblu 2000.
Per ascoltare clicca qui: Italia quale strategia, 30 aprile 2026
Nordio, Meloni e il ruolo del Guardasigilli
di Giorgio La Malfa
(Il Commento Politico, 29 aprile 2026) - Circa il caso della grazia concessa a Nicole Minetti, bisognerà naturalmente aspettare gli sviluppi successivi e tuttavia ieri la presidente del Consiglio, nella sua conferenza stampa, ha detto sostanzialmente che il ministero della Giustizia non poteva fare altro che trasmettere le carte ricevute dalla procura di Milano [...]
leggi su Il Commento Politico
Sul bilancio il governo vive alla giornata
di Giorgio La Malfa
(La Stampa, 24 aprile 2026) - Caro direttore, certo, la notizia di avere mancato di pochissimo la possibilità di uscire dalla procedura di infrazione per disavanzi eccessivi aperta lo scorso anno dalla Commissione Europea a carico dell'Italia e di una decina di altri Paesi dell'Unione deve avere provocato molta rabbia in seno al Governo [...]
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Il ministro Crosetto e i dubbi del centrodestra
di Giorgio La Malfa
(Il Commento Politico, 20 aprile 2026) - Fino a poco tempo fa il centrodestra appariva convinto di avere buone - anzi ottime - possibilità di successo nelle ormai vicine elezioni politiche generali: sembrava tenere la narrazione di un governo solido e rispettato sul piano internazionale, capace di avere buoni rapporti sia con gli Stati Uniti sia con l’Europa e intento, all’interno, alla realizzazione del proprio programma [...]
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«Avversario del fascismo, fino alla morte»
di Francesco Casini
«[...] come deputato (1919-1924), sottosegretario di stato (per le Finanze; Gabinetto Nitti, 21 maggio-30 giugno 1920), ministro (per le Colonie, Gabinetto Facta, fino al 28 ottobre 1922) quindi ancora come deputato e giornalista, fu avversario del fascismo, fino alla morte, avvenuta a Cannes, il 7 aprile 1926»
Enciclopedia Italiana, vol. 2, Treccani, 1929
Nella breve voce a lui dedicata dalla storica Enciclopedia Treccani, a soli tre anni dalla sua scomparsa, Giovanni Amendola è ricordato con un’espressione suggestiva: «Fu avversario del fascismo, fino alla morte». Una frase tagliente, che non può lasciare indifferenti, soprattutto se si considera che nel 1929 (l’anno di pubblicazione del volume dell’enciclopedia) l’Italia era sotto la dittatura fascista. Un’osservazione asciutta, ma che omette che a causare la sua morte siano state le bastonate degli squadristi.
In occasione del centenario dalla sua scomparsa, lo scorso 15 aprile si è tenuta la commemorazione di Giovanni Amendola presso la Camera dei deputati, a cui ho avuto l’onore di partecipare insieme ad altri amici di Officina Repubblicana. Dopo l’intervento del Presidente della Camera ed un minuto di silenzio, i deputati hanno ricordato con le loro parole la grandezza di Amendola; è stato definito «giornalista, filosofo ed uomo delle istituzioni», si sono richiamati i suoi studi in filosofia, i ruoli di direttore del quotidiano “Il Resto del Carlino” e di corrispondente romano per “Il Corriere della Sera” e l’intransigente condanna agli estremismi del fascismo e del comunismo.
Alla commemorazione è seguita la mostra nel Corridoio dei busti, in cui si è potuto “incontrare” Giovanni Amendola, attraverso i documenti posti nelle teche.
Vedere la sua grafia, vedere la lettera a lui scritta da un giovane Ugo La Malfa, ha permesso di respirare un’aria diversa, profumata di speranze ed ambizioni per la democrazia e per la pace, ricca delle idee di uomini come Amendola e La Malfa, che sarebbero state il fondamento dell’Italia repubblicana. Un’aria spezzata dall’ultima teca, contenente la camicia ancora insanguinata di Giovanni Amendola, posta lì a ricordare che è dal sacrificio di chi ha affrontato il regime che è nata la libertà.
Ed è amareggiante osservare che, nonostante quel sangue versato, oggi il mondo è nuovamente ferito da guerre e dall’ascesa di linee di pensiero illiberali, che sono tornate le estreme destre, che la politica non si fa venendo incontro alle reali esigenze economiche e sociali, ma diffondendo ingiurie agli oppositori ed immagini autocelebrative.
È amareggiante rendersi conto che il fascismo non è morto, ma ha cambiato volto.
Pertanto, non si potrà mai prescindere dal ricordo di figure come Amendola, le loro idee devono continuare a vivere in noi. Il dramma dell’attualità è l’indifferenza, propria di chi, confortato dalla distanza temporale, sente di non dover difendere la democrazia, sminuendo la gravità delle azioni volte a minacciarla. A questo serve commemorare: ad insegnare a distinguere la politica di qualità dalla pericolosità di chi, in modo donchisciottesco, propone di abbattere nemici inventati ad arte, promuovendo l’odio e l’aggressività nei confronti degli oppositori. Ma commemorare serve anche per tenere a mente che la democrazia si conquista ogni giorno, perché è compito nostro scegliere tra le due alternative.
Sta a noi dare un senso a quel sangue.
20 aprile 2026
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Francesco Casini ha 16 anni e studia presso il Liceo classico Norberto Turriziani di Frosinone.
Keynes, l'economista va alla carica
di Giorgio La Malfa
La TV a colori e mio papà Ugo
di Giorgio La Malfa
(La Stampa, 18 aprile 2026) - Caro direttore, c’era giovedì su La Stampa una intervista molto bella di una delle storiche annunciatrici della televisione. Nell’intervista, l’autrice Alessandra Comazzi ricordava che l’avvio delle trasmissioni della televisione a colori era stato ritardato per l’opposizione di mio padre Ugo La Malfa, preoccupato – si legge – dalla spesa che l’acquisto dei nuovi televisori avrebbe comportato per gli italiani.
Detta così, sembra che mio padre esprimesse una preoccupazione di retroguardia, rispetto a una tecnologia più moderna. In effetti mio padre […]
leggi l'articolo su La Stampa:
Per chi suona la campana
(Il Commento Politico, 13 aprile 2026) - Colpiscono nei resoconti delle elezioni in Ungheria le analogie con il recente voto italiano nel referendum sulla giustizia: l’aumento imprevisto nei sondaggi della partecipazione, l’impegno massiccio dei giovani, il contrasto fra le campagne dove il partito di governo ha resistito meglio e le città dove prevale il desiderio del cambiamento. Nel caso ungherese è evidente la crisi del sovranismo e quasi certamente anche l’effetto controproducente del sostegno offerto a Orban da Trump [...]
leggi su Il Commento Politico
Un racconto burocratico
di Giorgio La Malfa
(l'Altravoce) - Sicuramente non era facile la prova alla quale era chiamata in Parlamento la presidente del Consiglio, Giorgia Meloni. Doveva dimostrare, a 20 giorni dall'esito disastroso del referendum confermativo sulla giustizia nel quale si era impegnata personalmente, che quella sconfitta non aveva incrinato la maggioranza e non aveva [...]
leggi l'articolo su l'Altravoce:
Trump, la Nato e la follia
di Oliviero Pesce
(9 aprile 2026) - Seguire Trump, anche in tempo reale, è impossibile. I suoi cambiamenti di umore e di policy vengono espressi e attuati a una tale velocità che stargli dietro, come diceva il Duce – o forse Giolitti - del governare gli italiani, non è difficile, è inutile. Seguire Trump è inutile. C’è chi sostiene che, come si dice di Amleto, “c’è del metodo in questa follia”. Ma se ogni passo effettuato viene poi smentito, e ci si rifugia in impossibili tregue, il “metodo” smette di essere tale. Resta solo la follia. Ed è preoccupante che gli Stati Uniti, baluardo della democrazia, non abbiano sufficienti anticorpi per liberarsene, e che non li abbiano avuti neppure dopo gli accadimenti sediziosi del 6 gennaio 2021. Per liberarsi di un palazzinaro pluricondannato, amico di Epstein, capace di minacciare un’intera civiltà, incluso il popolo che giorni prima avrebbe voluto “difendere”, civiltà certo non superiore a quella degli Stati Uniti, ma assai più antica, e certamente superiore a quella personale del suo attuale Presidente. Che con 80 milioni di votanti a suo favore (arrotondiamo pure per eccesso), meno dell’1% degli abitanti del nostro pianeta, pretende di governarli tutti, questi ultimi, senz’altra regola che la forza. Salvo, quando gli avversari si dimostrano più forti di lui, “chicken out”, come dicono dalle sue parti. Per usare un linguaggio più consono a questo Rodomonte, a questo Dottor Stranamore, e alla sua elegante loquela, “farsela sotto”. Pretendendo poi il Premio Nobel per la Pace, per aver “posto fine” a guerre da lui cominciate. Ci ha annunciato, giorni fa:
«Sto seriamente valutando di lasciare la NATO. Direi che è una considerazione che va ben oltre una semplice rivalutazione. Non sono mai stato convinto dalla NATO. Ho sempre saputo che era una tigre di carta, e lo sa anche Putin, tra l'altro».
Certo che la NATO è una tigre di carta, se il suo principale componente (non in quanto Stati Uniti, ma in quanto il suo attuale e incontrastato Mr. President), passa al nemico, che si dice lo abbia, da palazzinaro plurifallito, abbondantemente finanziato. Putin lo sa, che la NATO è una tigre di carta, se è lui che glielo dice. E quindi è lui, “la tigre di carta”. Facimm’ a faccia feroce.
Trump si è dichiarato profondamente deluso per l'atteggiamento degli alleati nel corso della guerra all’Iran: nessuno, sostiene, si è unito agli attacchi condotti dagli Stati Uniti e da Israele. Non si vede perché gli “alleati”, che lui certo non tratta come tali, si sarebbero dovuti unire a una guerra di aggressione, illegale, a criminali di guerra che si devono (più gli USA che non Israele) tirare indietro, con un “gradimento” al 15%. E tanto meno la NATO, e quindi i suoi Stati membri, che non è una tigre di carta, ma un’alleanza difensiva. Del suo Statuto, firmato a Washington D.C., il 4 aprile 1949, bastino il Preambolo e l’Articolo 1:
«Le Parti del presente Trattato, riaffermando la propria fede negli scopi e nei principi «della Carta delle Nazioni Unite, ed il desiderio di vivere in pace con tutti i popoli e con «tutti i governi, decisi a salvaguardare la libertà dei propri popoli, il proprio retaggio «comune e la propria civiltà, fondati sui principi della democrazia, sulle libertà individuali «e sul predominio del diritto, desiderosi di favorire nella regione dell'Atlantico «settentrionale il benessere e la stabilità, decisi a riunire i loro sforzi per la loro difesa «collettiva e per il mantenimento della pace e della sicurezza, hanno siglato d'intesa il «presente Trattato del Nord Atlantico:
Articolo 1:
«Le Parti si impegnano, in ottemperanza alla Carta delle Nazioni Unite, a comporre con «mezzi pacifici qualsiasi controversia internazionale nella quale «possano essere implicate, «in modo da non mettere in pericolo la pace, la «sicurezza e la giustizia internazionali, e ad «astenersi nei loro rapporti «internazionali dal ricorrere alla minaccia o all'impiego della «forza in modo incompatibile con gli scopi delle Nazioni Unite».
Concetti tutti incomprensibili a questo Presidente. Le Nazioni Unite vanno infatti sostituite dal suo Board of Peace, club privato cui aderire a suon di miliardi di dollari, cui abbiamo mandato nostri esponenti di governo a fare da “osservatori” (speriamo si siano pentiti), e del quale sarebbe Presidente a vita, anche se bocciato dai suoi elettori. Mi correggo: non li abbiamo mandati, ci sono andati alle nostre spalle e a nostre spese.
Invece, ha aggiunto:
«Noi siamo stati presenti in automatico, anche per l'Ucraina che non era un nostro problema. Era come un test e noi eravamo lì per loro e lo saremmo sempre stati. Loro non sono stati [in Iran] per noi».
Non gli sovviene che gli Stati Uniti, quando, su loro richiesta, l’Ucraina ha ceduto alla Unione Sovietica (cui la Russia è subentrata) 1.900 testate nucleari, il terzo arsenale nucleare al mondo, ne hanno garantito l’integrità territoriale. Ma, se non è capace di mantenere la propria, di parola, certo non mantiene quella data dal suo paese, con gli accordi di Budapest nel 1994, 32 anni fa, da un’altra America. Mentre dall’Ucraina vuole estorcere le terre rare.
Nel discorso di Trump agli americani del 1ºaprile 2026, ha chiesto loro “pazienza”, e spiegato che la guerra in Iran è un “investimento per il futuro” dell’America. Quello che era un ”investimento per il futuro” il 1ºaprile, non lo è più dal 7 aprile. Forse tornerà ad esserlo più in là; magari in settimana.
E ha aggiunto: «Chi riceve il petrolio da Hormuz se lo vada a prendere». Se non si fosse cacciato in questo “quagmire”, (in questo casino israeliano) il petrolio da Hormuz lo avremmo continuato a ricevere senza problemi. Quanto all’atomica iraniana, siamo arrivati a questo punto perché Mr. Trump, nel suo primo mandato, ha abbandonato gli accordi raggiunti dall’Europa con l’Iran.
Ancora in corso, la “pace” a Gaza, in Cisgiordania, in Libano …. Mentre Israele introduce la pena di morte a senso unico, per i palestinesi.
Prossima puntata, Cuba, già in corso. Anche i cubani si possono riportare “all’età della pietra ...”
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Oliviero Pesce, economista, saggista e traduttore, ha lavorato presso la Banca Mondiale, la Banca Nazionale del Lavoro, il Consorzio di Credito per le Opere Pubbliche (Crediop) e presso società finanziarie e di investimento. È stato amministratore delegato di banche estere, operando in molti paesi. Traduttore di testi di economia e storia economica, oltre che traduttore e autore di raccolte poetiche, ha scritto numerosi saggi su temi bancari ed economici e saggi storici. Ha tenuto corsi universitari di Management Internazionale ed è socio dell’Istituto Affari Internazionali.
La Via Crucis dell'on. Meloni
Nota Giorgio La Malfa nell’articolo apparso stamane su l’Altravoce - qui allegato in calce - che la posizione esposta ieri mattina dal ministro della Difesa Crosetto in un’intervista al Corriere della Sera segna una netta presa di distanze dall’Amministrazione americana che va oltre la dichiarazione dei giorni scorsi, secondo cui l’attacco israelo-americano all’Iran costituisce una violazione del diritto internazionale [...]
Amendola, più di un eroe sconfitto
(Il Mattino) – Oggi cade il centenario della morte di Giovanni Amendola, intellettuale e politico liberal democratico nato a Napoli nel 1882 e scomparso in seguito alle lesioni subite nell’agguato fascista nel luglio 1925. “L’uomo che sfidò Mussolini” – così appellato nel titolo del libro di Antonio Carioti – fu descritto dallo stesso Duce, anni dopo la sua scomparsa, come “il più forte avversario che il paese potesse proporci” […]
Il bilancio assillo per Meloni
Sul Commento Politico, l'articolo di Giorgio La Malfa pubblicato il 2 aprile dal quotidiano l'Altravoce: clicca qui
Dopo il referendum
di Oliviero Pesce
(30 marzo 2026) - Non si può che gioire se la società civile italiana si è voluta liberare della «dittatura della maggioranza» (copyright, Alexis de Tocqueville). Di una maggioranza che, per impedire che lo 0,5% dei magistrati (lo sono tutti, giudici e pubblici ministeri) passasse, una sola volta nella carriera, dalla funzione giudicante a quella inquirente o viceversa, avrebbe voluto stravolgere sette articoli della nostra Costituzione. Ma se quello era lo scopo dichiarato, altri erano i risultati perseguiti.
Si sdoppiava il Consiglio superiore della magistratura, con un non piccolo “sgarbo” al Presidente della Repubblica che lo presiede, e lo si voleva sottoporre, quanto ad alcune funzioni, al vaglio di un nuovo e sinora (e, dopo il voto, per il futuro) inesistente organo, con un secondo, e ancor più grave, “sgarbo”. Per sottoporre i magistrati a un nuovo “potere”. E, staccando il pubblico ministero dai giudici, lo si sarebbe sottoposto non si sa bene a chi. Ad un CSM bis, sdoppiato e variamente «sorteggiato». E ad una “Alta Corte”, di Governo.
E si è pomposamente battezzata una norma marginale, e che avrebbe toccato soltanto un aspetto parzialissimo del diritto e della procedura penali, «riforma della giustizia». Una vera riforma dovrebbe riguardare il diritto civile e il relativo processo, per riportarlo a durate da paese civile; diminuire il numero dei reati e modificare le forme della pena, che non sia solo detentiva; rendere civile lo stato delle carceri e minimizzarne l’impiego. Perseguire la rieducazione dei rei. (Beccaria). Né si vede perché si possa andare al terzo grado di giudizio per qualsiasi quisquilia. E l’Europa ci chiede di reintrodurre il reato di abuso d’ufficio, contro la corruzione.
La Presidente del Consiglio, visti i risultati, si è liberata di alcune zavorre di cui avrebbe dovuto liberarsi ben prima. Ciò non la assolve certamente dalle responsabilità politiche connesse al fatto di essersi imbarcata in questo procelloso tentativo. Sembrava, tempo fa, più facile, e un buon viatico, se fosse andato in porto, per le prossime elezioni. Ciò malgrado, poiché in futuro dovrà occuparsi anche di turismo, auspichiamo che liberi i cittadini, i turisti che vengono a visitare le nostre sacre sponde, e il demanio dello Stato, dalla esosa dittatura dei gestori delle nostre coste. Che sono votanti; ma lo sono anche gli altri cittadini.
Ma vediamo che effetti dovrebbe avere il risultato di questo referendum sul futuro del Paese, o Stato, o Nazione che dir si voglia. Dovrebbe essere chiaro che qualsiasi norma che tocca, in un modo o nell’altro, le istituzioni e la Costituzione dovrebbe essere discussa e concordata tra tutte le forze politiche e non imposta da una maggioranza; così come si fece nell’Assemblea costituente. A cominciare dalla legge elettorale, che non si può modificare ad ogni piè sospinto per la convenienza di chi, di tempo in tempo, la formula. E che andrebbe approvata anch’essa con le procedute previste per le modifiche della Costituzione; avendo infatti valenza costituzionale. Riconducendola nell’alveo della Costituzione, che prevede, all’Art. 48, secondo comma, che il voto è «personale ed eguale» e che è sì un diritto, ed è libero, ma che è anche un «dovere civico». Questa «eguaglianza» dovrebbe escludere premi da legge Acerbo; e il dovere civico dovrebbe, per quanto possibile, da un lato indurre tutti i cittadini ad esercitare il diritto di voto, e dall’altro a far sì che il Governo lo facilitasse con tutti i mezzi che la tecnologia attuale consente. Ciò che purtroppo non avviene.
Auspichiamo altresì che il risultato del recente referendum metta una pietra tombale sull’ipotesi del premierato. In un articolo del dicembre 2023, intitolato «Riforme costituzionali e stabilità del governo» sostenevo, con una serie di argomentazioni di carattere giuridico, che la riforma andasse respinta, partendo da un dato di fatto:
Alle ultime elezioni politiche, quando ha votato solamente il 63,8% degli aventi diritto al voto, con il 44% dei voti espressi (ovvero con 14,3 milioni di voti, il 28,1% degli aventi diritto al voto) la coalizione di centrodestra si è assicurata alla Camera dei deputati 237 seggi su 400 (il 59% dei seggi; un premio di maggioranza del 34%) e al Senato 112 seggi su 200 (il 56% dei seggi; un premio di maggioranza del 27%).
Malgrado questi risultati esorbitanti e del tutto ingiustificati, la Presidente del Consiglio dei ministri, assieme alla ministra per le riforme costituzionali e la semplificazione, ha presentato al Senato un disegno di legge costituzionale che propone:
modifiche agli articoli 58, 88, 92 e 94 della Costituzione: (i) per l’elezione diretta del Presidente del Consiglio dei ministri, (ii) il rafforzamento della stabilità del Governo e (iii) l’abolizione della nomina dei senatori a vita da parte del Presidente della Repubblica. (Ulteriore schiaffo, al presidente della Repubblica e ai cittadini; o si è «politici» eletti dal «popolo», ma messi in lista dai capipartito, o non si è) Per ottenere risultati analoghi a quelli ottenuti nelle elezioni anticipate del settembre 2022, quali che siano, in futuro, i voti effettivamente ottenuti.
La proposta di legge mirerebbe a:
«consolidare il principio democratico, valorizzando il ruolo del corpo elettorale nella determinazione dell’indirizzo politico della Nazione, attraverso l’elezione diretta del Presidente del Consiglio dei ministri e la stabilizzazione della sua carica, per dare appoggio e continuità al mandato democratico».
Rendendo peraltro inutile il Parlamento, eletto a traino del Presidente del Consiglio, e rendendo instabile l’intero sistema: infatti il Presidente della Repubblica (cui verrebbe assegnato un ruolo del tutto esornativo e per giunta “obbligato”), ove il Presidente del Consiglio non potesse, dopo un voto di sfiducia, esplicare il suo mandato, in base alla proposta normativa sarebbe costretto a conferirgli un secondo mandato a formare un governo, e, in caso di ulteriore fallimento, a conferirlo a un suo accolito che dovrebbe portare avanti il programma appena bocciato; e infine a sciogliere le Camere. Trasferendo la pretesa «instabilità» del Governo in assai più grave instabilità del sistema politico. Bella «continuità» e bell’ “appoggio” al “mandato democratico” [sic !].
Liliana Segre, l’11 luglio 2024, intervistata dal Frankfurter Allgemaine, sosteneva, assai icasticamente:
«Nel programma elettorale della destra non si parla di premierato, ma di sistema presidenziale, che non presenta gli stessi pericoli. Nelle repubbliche presidenziali, l’elezione del governo e quella del parlamento sono separate: in questo modo, il parlamento rimane autonomo e ha un effetto equilibratore sul potere del capo del governo. Se invece il parlamento è messo al servizio del capo del governo, non ha praticamente senso».
Già questa considerazione smentisce in radice la coerenza tra programmi e realtà successive, e smonta qualsiasi argomentazione a favore delle modifiche che il Governo vorrebbe adottare.
Ma, a parte queste valutazioni, pur assai fondate, c’è un dato di fatto – extra giuridico - che induce a respingere il tentativo. Dal gennaio 2025 abbiamo visto, sulla nostra pelle, cosa significa avere, nel paese più potente del mondo, in un “Occidente” ormai segato in due, un “uomo solo al comando”, che si libera, con la forza e con tutti i possibili appigli, dei checks and balances che hanno sinora caratterizzato i paesi civili. Che entra in guerra da solo, senza neppure sentire Camera e Senato, e poi, se le cose gli si ritorcono contro, dà di imbelli traditori agli alleati di un’America ben diversa da quella attuale.
Sarebbe infine opportuno che l’attività legislativa non fosse accentrata, al 95%, nell’iniziativa del Governo, e non fosse approvata troppo di frequente con decreti e con il ricorso alla fiducia. Sarebbe utile ricordare che la legge 31 gennaio 1926, n. 100 diede facoltà al governo di emanare norme giuridiche tramite decreti legge immediatamente esecutivi, senza efficaci garanzie d'intervento da parte delle assemblee legislative. Assai rischioso ritornare, con il continuo esautoramento del Parlamento e il distacco vigente tra gli eletti e gli elettori, a simili procedure.
Pare, questo Governo, allergico ai controlli. Poiché la Corte dei conti (Art. 100, secondo comma, della Costituzione)
«esercita il controllo preventivo di legittimità degli atti del Governo, e anche quello successivo sulla gestione del bilancio dello Stato. [omissis] Riferisce direttamente alle Camere sul risultato del riscontro eseguito.»
E poiché (Art. 100, terzo comma):
«La legge assicura l’indipendenza [della Corte dei conti] e dei [suoi] componenti di fronte al Governo»,
ogni tentativo di limitarne i poteri è illegittimo. E tuttavia lo si è introdotto surrettiziamente nel nostro sistema, (1) a difesa del Governo e a danno dell’Erario e dei cittadini.
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(1) La Legge 7 gennaio 2026, n. 1, in vigore dal 22 gennaio 2026, ha profondamente riformato la disciplina della Corte dei conti. Le principali novità includono un "doppio tetto" ai risarcimenti erariali (max 30% del danno o doppio della retribuzione), una definizione più restrittiva di colpa grave, il silenzio-assenso sul controllo preventivo dopo 30 giorni e l'obbligo di assicurazione.
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Oliviero Pesce, economista, saggista e traduttore, ha lavorato presso la Banca Mondiale, la Banca Nazionale del Lavoro, il Consorzio di Credito per le Opere Pubbliche (Crediop) e presso società finanziarie e di investimento. È stato amministratore delegato di banche estere, operando in molti paesi. Traduttore di testi di economia e storia economica, oltre che traduttore e autore di raccolte poetiche, ha scritto numerosi saggi su temi bancari ed economici e saggi storici. Ha tenuto corsi universitari di Management Internazionale ed è socio dell’Istituto Affari Internazionali.
L’illusione del decisionismo
(Il Commento Politico, 25 marzo 2026) – Abbiamo scritto ieri che l’esito del referendum apriva una fase difficilissima per la presidente del Consiglio. Abbiamo l’impressione che la prima ad esserne consapevole sia la stessa on. Meloni, che deve avere ritenuto necessario dare il senso di una rapidità di decisione, come a voler chiudere tutte le questioni emerse prima e durante la campagna referendaria per una specie di nuovo avvio di cui la proposta di legge elettorale sarebbe il piatto forte [...]
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Chi perde diventa anche antipatico
(Il Commento Politico, 24 marzo 2026) – Non sarà l’opposizione a chiedere le dimissioni dell’on. Meloni. Lo ha detto con chiarezza questa mattina l’on. Schlein in un’intervista su Repubblica. Del resto, l’unico modo per farlo sarebbe presentare in Parlamento una mozione di sfiducia che avrebbe solo l’effetto di rianimare un centrodestra tramortito dall’esito del referendum .
Diverso invece è fare osservare che un presidente del Consiglio che si getta a capofitto in una battaglia referendaria [...]
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L’Italia e la conclusione della legislatura
(Il Commento Politico, 19 marzo 2026) – Abbiamo osservato attentamente in queste settimane le posizioni dei tre responsabili della politica estera italiana in seno al governo: la presidente del Consiglio, il ministro degli Esteri e il ministro della Difesa. Pur nello sforzo di manifestare e di mantenere una posizione comune, le differenze risultano abbastanza evidenti. Il ministro degli Esteri non mostra un particolare fervore nel seguire la linea dell’amministrazione americana, anche se è parso attento a non esprimere apertamente alcun dissenso. [...]
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Ma Trump sapeva del blitz?
(Il Commento Politico, 18 marzo 2026) – Non abbiamo trovato nei giornali di stamani una risposta alla domanda che ci siamo fatti ieri dopo l’annuncio dell’omicidio di Ali Larijani in un blitz delle forze armate israeliane: l’operazione che ha condotto all’eliminazione del capo del Consiglio supremo della sicurezza iraniano è stata concordata fra Israele e gli Stati Uniti o si tratta di un’azione decisa autonomamente da Israele? [...]
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Kennedy, Krusciov e il referendum. Lettera di La Malfa a Merlo
Lettera di Giorgio La Malfa a Francesco Merlo, che risponde nella sua rubrica quotidiana su la Repubblica [...]
La trappola delle guerre asimmetriche
(Il Commento Politico, 12 marzo 2026) – È avvenuto in passato, ed abbiamo l'impressione che stia succedendo ora, che gli americani non comprendano fino in fondo il concetto di guerra asimmetrica e cioè che sopravvalutino ciò che la loro forza militare può realizzare e sottovalutino le forme in cui i loro avversari possono condurre le guerre. Forse la sensazione di disporre di una forza militare senza confronti conduce a pensare che gli avversari non abbiano altra strada che arrendersi senza condizioni - come del resto ha ingiunto in questi giorni il Presidente degli Stati Uniti all'Iran. [...]
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La destra e il Quirinale. A proposito di un’intervista a Dario Franceschini
(Il Commento Politico, 5 marzo 2026) – Le gravi notizie sulla guerra in Medio Oriente hanno fatto passare in seconda linea le vicende politiche interne, sia il dibattito sul referendum per la separazione delle carriere dei magistrati, sia le questioni relative alla nuova legge elettorale presentata in tutta fretta dalla destra a metà della scorsa settimana. In particolare, è passata in silenzio un’interessante intervista a Dario Franceschini - qui allegata in calce - pubblicata lunedì 2 marzo dalla Repubblica e intitolata “Meloni vuole Colle e pieni poteri”. [...]
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Una crisi pericolosa e drammatica
(Il Commento Politico, 3 marzo 2026) – Un’alleanza, politica o militare, non implica un uguale peso decisionale fra i partecipanti, né una piena coincidenza degli obiettivi che ciascuno di loro le assegna. Non comporta neppure un’identica valutazione degli esiti cui dà luogo: quello che per uno degli alleati può essere un risultato pienamente soddisfacente, per l’altro può essere solo un esito parzialmente positivo. [...]
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S’ode a destra uno squillo di tromba
(Il Commento Politico, 26 febbraio 2026) – Nel nostro innato realismo, pensiamo tuttora che nell’imminente referendum costituzionale, il SÌ abbia forti probabilità di successo, anche e soprattutto per la potenza di fuoco dei media, dalla Rai alle reti Mediaset, che fanno una sfrenata campagna a favore del governo. Ma fra ieri e oggi si è insinuato in noi un dubbio sull’esito della consultazione basato su due elementi. [...]
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L'evidente difficoltà del Professor Barbera
(Il Commento Politico, 23 febbraio 2026) – In una lettera a Francesco Merlo, apparsa nei giorni scorsi su Repubblica, avevo scritto che per il professor Barbera ed altri esponenti del centrosinistra che hanno annunciato il loro voto favorevole alla riforma costituzionale presentata dal governo Meloni, e sulla quale vi sarà fra un mese un referendum confermativo, si pone e si porrà sempre più nettamente un problema di coscienza. [...]
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Sì-No, la sinistra e la coscienza. Lettera di La Malfa a Francesco Merlo
(la Repubblica, 19 febbraio 2026) – Caro Merlo, credo che con il passare dei giorni la posizione di persone come il professor Barbera e l'ex ministro Salvi i quali, pur dichiarandosi di centrosinistra, sostengono il Sì al referendum diventerà insostenibile. Mentre loro pensano che si tratti di prendere una posizione di merito e non di schieramento politico, per il centrodestra la posizione sul referendum è puramente ed esclusivamente politica. [...]
Giorgio La Malfa sul “Corriere della Sera”: Serve un’economia del futuro
(Corriere della Sera, 16 febbraio 2026) – Penso che dovrebbe esservi un allarme rosso sulle condizioni dell’economia italiana. I dati sono impressionanti, quando li si guardino nella loro evoluzione temporale. Praticamente l’economia italiana è stagnante da un quarto di secolo: è ferma la produttività, declina progressivamente ili settore manifatturiero, cresce il settore dei servizi, ma non con le imprese ad alto valore tecnologico ma in attività essenzialmente legate al consumo ed al turismo che offrono stipendi molto al di sotto di quelli degli altri paesi dell’Europa Occidentale […]
Giustizia e referendum, lettera di La Malfa a Francesco Merlo
Riportiamo di seguito la lettera scritta da Giorgio La Malfa a Francesco Merlo, che risponde nella sua rubrica su Repubblica
Posta e risposta di martedì 10 febbraio 2026
Caro Merlo, se dopo quattro anni dalla sua formazione un governo di centro destra, che dichiara da sempre che la sicurezza è un tema fondamentale per i cittadini, deve fare un decreto legge sulla sicurezza, evidentemente su questo tema ha fallito completamente. Non so se questa semplice considerazione balza agli occhi dell’opinione pubblica, come dovrebbe. Ma certo ne sono consapevoli i due ministri dell’Interno e della Giustizia cui il governo ha affidato il compito davvero difficile di giustificare il provvedimento. Che cosa dicono infatti? Che il decreto è giustificato da nuovi gravi pericoli all’orizzonte: le nuove Brigate Rosse. Lo dicono perché altrimenti la contraddizione con cui ho iniziato sarebbe evidente a tutti. Ma veramente possono sostenere che un’Italia che ha visto centinaia di morti tra i magistrati, le forze dell’ordine, i giornalisti e i cittadini negli anni di piombo sta andando in quella direzione? E se così fosse, non sarebbe da irresponsabili attaccare la magistratura come fanno tutti i giorni e promuovere una legge costituzionale volta a indebolirla? Questo lo dico a quella parte del Pd che ritiene che il referendum riguardi i “principi” astratti del diritto e non gli interessi concreti della destra.
Giorgio La Malfa
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Il referendum, che in Italia è sempre un pasticcio, sta inesorabilmente diventando un sì o un no a Giorgia Meloni, con l’effetto paradossale che molti voteranno il contrario di quello che, sulla giustizia, pensano. Credo che questi sì, che obtorto collo voteranno no, stiano crescendo e superando la sinistra per il sì e i no che voteranno sì.
Francesco Merlo
Torino, 31 gennaio 2026
di Tommaso Masciovecchio La Malfa
La manifestazione del 31 gennaio a Torino, a favore del centro sociale Askatasuna, è stata semplificata dai media e dai commentatori politici ed è stata raccontata solo per gli episodi violenti e per gli scontri che hanno segnato le fasi della giornata. Ma questa non è la sola realtà dei fatti.
Centri sociali e Associazioni intenti a ricostruire opportunità dal basso hanno aderito in massa a questa iniziativa. Erano presenti realtà come “Quarticciolo Ribelle”, che da anni sta dando una risposta concreta al vuoto istituzionale sofferto da uno dei quartieri più poveri e più complessi di Roma, offrendo servizi che lo Stato non dà, come per esempio l’Ambulatorio Popolare Roma Est, nato in questo contesto.
Più di trentamila persone da tutta Italia si sono mosse per mostrare solidarietà non tanto nei confronti di un luogo fisico, ma di un ideale di giustizia e equità.
Il corteo, al grido di “Askatasuna vuol dire Libertà”, è stato realmente trasversale: tematiche che dovrebbero stare a cuore alla sinistra erano presenti in piazza, dalla Palestina agli stipendi bassi, dai tagli alla sanità al no al referendum sulla giustizia.
Questa manifestazione dovrebbe essere il punto di partenza per quella sinistra che invece si è limitata a criticare - giustamente - la violenza nei confronti del poliziotto, ma che ha dimenticato di fare lo stesso per i manifestanti brutalmente manganellati dalle forze dell’ordine. Si è avuta invece l’ennesima dimostrazione della fragilità della sinistra e dell’incapacità di rispondere con fatti e proposte concrete alla strumentalizzazione e alla semplificazione del dibattito da parte della destra. I temi della manifestazione - quella pacifica - non sono stati nominati, non solo dai media tradizionali, ma nemmeno da coloro che si definiscono “opposizione”.
Poco cambia se l’Italia è tra i Paesi europei con i salari reali più bassi, se abbiamo il tasso di natalità tra i più bassi al mondo perché i giovani non hanno più un mondo in cui far nascere - e tantomeno crescere - i bambini. E a chi importa se le case, le scuole e gli ospedali cadono a pezzi? Importa alle trentamila persone che sono scese in piazza, alle persone che dal sud hanno viaggiato per ore per raggiungere Torino in autobus, perché le Ferrovie dello Stato considerano Stato più il centro-nord che il sud. A queste persone qualcosa cambia se viene chiuso un centro sociale che offre un doposcuola ai figli mentre loro lavorano per 8 euro l’ora. Così a quei ragazzi che frequentano scuole in cui manca il riscaldamento, la carta igienica, i professori e che, finita la scuola, dovranno confrontarsi con un mondo del lavoro in molti casi inesistente, o con una istituzione universitaria stantia e nepotista.
Quei ragazzi erano in piazza a far sentire la loro voce, e spesso erano nelle prime file, a scontrarsi con le forze dell’ordine, a controprova che la loro percezione - in una società così indifferente ai problemi che li angosciano - è di non avere nulla da perdere.
Bisogna evitare la violenza. Ma le denunce di questi giorni sembrano evocare la dottrina di Colin Powell teorizzata dal filosofo Slavoj Žižek, di una “guerra senza vittime (dalla nostra parte, naturalmente)”. La violenza, cioè, è sbagliata ma solo quando è subita. Eppure la violenza non è solo fisica. Se si vuole evitare la violenza di piazza, bisogna smettere di fare violenza anche nelle altre forme più subdole in cui essa viene perpetrata. Bisognerebbe forse provare a ristabilire quei diritti costituzionali che sempre più spesso vediamo dimenticati, ricostruire una società che rispetti i diritti politici, sociali, economici e culturali riconosciuti dai trattati europei e internazionali.
Forse solo partendo da questi ideali potremo riuscire a offrire un’alternativa al vuoto dilagante, e costruire un’opposizione concreta alla destra distruttiva e autoritaria che si sta impadronendo della nostra società.
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Tommaso Masciovecchio La Malfa è studente magistrale di Scienze filosofiche presso l’Università di Bologna.